I Dogi nei ritratti parlanti di Palazzo Ducale a Venezia

Dopo l’elezione del doge, una volta indossati i paramenti da cerimonia, il doge giurava osservanza e fedeltà alle leggi contenute nella promissione, carta costituzionale che ne determinava il campo d’azione e ne limitava la libertà personale e politica, al punto di ridurla “ad una pura apparenza di autorità”.

Il doge di Venezia, per quanto chiuso in una gabbia dorata di costrizioni rituali e condizionamenti politici, fu nei secoli la massima autorità rappresentativa, l’incarnazione pubblica dello Stato Marciano. Come tale, gli era riservato l’onore di essere immortalato in un ritratto ufficiale da porre lungo un fregio che correva sotto il soffitto della sala del Maggior Consiglio, e più tardi della sala dello Scrutinio, in Palazzo Ducale, affinché – diceva a metà Ottocento Francesco Zanotto – «rimanesse una iconografia parlante di quegli uomini che si distinsero per sapienza, valore, giustizia, acutezza di mente […]; con l’intendimento che la vista di quelle immagini servisse a pungolo ed emulazione ne’ successori, e ne’ riguardanti destasse venerazione verso la memoria».

La nutrita galleria dei effigi fungeva da testimonianza storica dell’istituzione dogale, mostrandone la solidità e il prestigio, garantendo soprattutto la futura stabilità, anello di una lunga e ininterrotta catena di uomini illustri, le cui immagini stavano a legittimazione di secoli di storia passata.

Forniva modelli da imitare o da evitare, con il caso straordinario del doge Marino Falier, decapitto il 17 aprile 1355 per alto tradimento verso la patria, il cui spazio è stato coperto da un sovrappinto drappo nero su cui è scritto in lettere d’oro: “Hic est locus Marini Faletro decapitati pro criminibus”.

Il fregio principale conobbe un ininterrotto sviluppo lungo le pareti della Sala del Maggior Consiglio fino a che, essendo rimasti nel 1545 solo tre spazi liberi, si decretò di proseguire la serie nella attigua Sala dello Scrutinio. Ne furono incaricati pittori della fama di Tiziano, i fratelli Giovanni e Gentile Bellini, già incaricati dal Senato di risistemare le pitture deteriorate della Sala del Maggior Consiglio. Ma tutto andò perduto nel incendio del Palazzo Ducale del 1575, seguito da un altro incendio il 20 dicembre 1577 che devastò le sale del Maggiore Consiglio e dello Scrutinio determinando la perdita dell’intera raccolta di ritratti. Il rifacimento dell’intero collana dei ritratti fu affidato a Jacopo Tintoretto e alla sua bottega, di cui l’esecuzione spettò al figlio Domenico.

L’osservazione delle effigi, ma soprattutto l’analisi delle iscrizioni latine dei cartigli (composte in versi, per larga parte dei dogi che precedono l’anno 1500), permette di ripercorrere la storia millenaria della Repubblica attraverso le vicende e le gesta di quei personaggi, sino all’epilogo dei tempi ultimi.

I cartigli hanno il fine di offrire ai lettori un breve profilo della vita del singolo dux. I testi latini riportati nel libro riproducono i cartigli nella forma attuale, quella che i visitatori di palazzo ducale possono leggere con i loro occhi.

Scritto a due mani da Paolo Mastandrea, professore di latino all’Università Ca’ Foscari di Venezia, e da Sebastiano Pedrocco, che lavora nella Cancelleria dell’ Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

E’ stato un arduo lavoro di investigazione con la pluralità delle competenze di storici e storici dell’a rte, paleografi ed epigrafisti, latinisti e filologi, per offrire ai lettori un’informazione generale sulla galleria dei ritratti dogali.

http://edizioni.cierrenet.it/volumi/i-dogi/

 

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